lunedì 5 dicembre 2016

FUOR D'ACQUA, di Stefano Bortolussi. [Prima edizione cartacea italiana, PeQuod ed., 2004; prima edizione digitale italiana, VandA publishing, 2015; pag.100. Per la copertina: foto di Nicola Bortolussi, grafica Network Comunicazione].
- Prima di essere pubblicato in Italia il romanzo ha avuto un'edizione americana: Head Above Water, City Lights Books, (2003); traduzione di Anne Milano Appel.


In breve: Dopo averlo conosciuto come impareggiabile traduttore e amabile poeta, non potevo davvero fare a meno di esplorare Stefano Bortolussi anche nella sua dimensione di narratore. Questo è il suo primo romanzo: non nuovissimo, ma vale più che la pena di essere letto.

Una citazione
: “ […] nutriva già i suoi amori di lettore, ed era ben disposto a rinunciare a una buona fetta di banale realtà per un semplice, delicato assaggio di finzione.

Trama
: Riccardo Mariano detto Cardo è un quasi quarantenne milanese, un po’ ossessivo e maniacale; romanziere, costituzionalmente tenderebbe ad anteporre la letteratura alla vita, ma è con la vita che dovrà vedersela. Infatti dopo dieci anni di matrimonio sua moglie Solveig, incontrata durante una vacanza giovanile in Norvegia, sta per dare alla luce il loro primo figlio, una bambina. Le cose vanno bene, ma solo in apparenza: malgrado l’innegabile amore che lo lega a Sol, malgrado l’imminente arrivo della piccola, un bel giorno, durante uno dei consueti pomeriggi di canottaggio all’Idroscalo, il Cardo si ritrova quasi per caso a tradire la moglie con una ventenne atletica e alquanto scriteriata di nome Caterina. La sveltina non ha grande importanza per nessuna delle due parti in causa; eppure, scoperta da Sol a tempo di record, avrà enormi conseguenze. Come l’Olimpia Zuleta di Gabriel García Márquez, il Cardo esce infatti dall’amplesso con un improvvido arabesco cutaneo lasciatogli dall’amante sull’onda del momentaneo entusiasmo: Sol non è cieca, dunque non stenta a trarre conclusioni inevitabili.
Ma a differenza della povera Olimpia che – vittima di un femminicidio ante litteram - finisce sepolta sotto un cespuglio di rose mutatosi nel tempo in una piccola giungla, il Cardo si scontra piuttosto con la speciale comprensione della moglie: giustamente incazzata nera, ma anche consapevole delle angosce che evidentemente lo attanagliano, Sol dà al marito l’opportunità di sondare e comprendere le ragioni dell’assurdo comportamento: senza drammi ma con fermezza torna in Norvegia dai genitori e lascia al Cardo il compito di scoprire cosa c’è che non va, se vuole  salvare il loro matrimonio. Lo esorta a pensare, a ricordare, a scrivere: e il Cardo, seppur tra mille incertezze, si impegna a farlo davvero. Inizia scrivendo e-mail alla moglie, per poi passare all'idea di un romanzo che rimarrà sospeso (ma non del tutto, perché in realtà il romanzo c'è, ed è lo stesso Fuor d'acqua).
Riccardo ripercorre così la propria infanzia, segnata dalla scomparsa di un padre esuberante che dopo lo stupido incidente causa della morte del figlio minore aveva abbandonato la famiglia, facendo  perdere le proprie tracce; e poi l’adolescenza, contraddistinta da normali goffaggini umane e da un impegno politico in odor di surrogato interiore; infine l’età più adulta, e la cintura di salvataggio rappresentata dal buffo – ma fondamentale - incontro con la bella e volitiva Sol.
Il nodo sostanziale dei problemi del Cardo risiede proprio nel cumulo psicologico avviato nel suo lontano passato: i sensi di colpa per la morte del fratello Michele, e la perdita del padre, che quei sensi di colpa aveva incentivato.
Il percorso mentale intrapreso, la paziente ma dinamica attesa da parte della moglie,  e qualche felice coincidenza porteranno il Cardo a scovare le (incredibili) tracce perdute del padre, e soprattutto a riconciliarsi con i propri trascorsi. Accettando con maggiore equilibrio il fatto di essere stato un figlio, Riccardo si aprirà infine con trepida gioia alla piena possibilità di diventare a sua volta padre.

Commento
: Bizzarra love story intralciata da un’altrettanto bizzarra crisi esistenziale, il romanzo  non manca dunque di un happy end; in genere io detesto l’happy end, in questo caso però lo trovo  assolutamente adeguato. Del resto non vado pazza nemmeno per le storie sentimentali, ma il rapporto tra Riccardo e Solveig, benché romantico a suo modo, è anche fertilizzato da un tenero umorismo che non può che renderlo molto simpatico.
Se vi aggrada, considerate pure la storia del romanzo come una sorta di fiaba gentile ed energica per bimbi grandi; personalmente la vedo più come un gustoso pezzo di vita ricomposto a mosaico grazie a tanto volonteroso scotch.
Riccardo infatti non è certo un eroe senza macchia, ma non è nemmeno un’infame carogna: più semplicemente è un uomo che cerca di vivere normalmente e tranquillamente, ma bene che vada – come spesso accade nella realtà – ci riesce una volta su tre.
In quanto a Sol, non si può che rimanere incantati dal boreale (ma non incurante) aplomb con il quale affronta gli eventi: la gravidanza, la crisi coniugale, il ritorno a luoghi che aveva lasciato senza rimpianti, la stessa incertezza sulla capacità da parte del marito di arrivare a fronteggiare ciò che lo rode. Possiede una sorta di calmo vigore che finisce quasi per negare l’antinomia: e alla fine, sarà lei ad avere ragione.
Belli anche gli altri personaggi: Corrado Mariano, padre straripante ma affettuoso: scappa di fronte al dolore che non sa come giustificare e – seppur negato per la cucina – finisce a fare il cuoco su di una scalcinata nave mercantile (nota personale: mi ha molto toccato la citazione del Talismano della Felicità, uno dei tre libri su cui in pratica ho imparato a leggere da bambina); poi Gioia e Felice, gli amici del Cardo le cui esternazioni consentono al linguaggio del romanzo di giocare allegramente con se stesso; e tutti i norvegesi, loquaci o taciturni, espliciti o allusivi che siano.
In generale ci sono tre cose che mi attraggono nella gente, e me la rendono vagamente sopportabile: l’intelligenza, meglio se poco esibita; la capacità di farmi divertire; e – nel caso si tratti di gente che scrive – l’uso di uno stile interessante e personale. Direi che con questo romanzo Stefano Bortolussi ha realizzato un bell’en plain.

Collegamenti esterni: Fuor d'acqua in Wikipedia.


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