lunedì 14 novembre 2016

INFERNO ("Inferno", 2013), di Dan Brown [A.Mondadori ed., 2013; traduzione di Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli; pag.522]  


In breve: Romanzo adatto ai lettori curiosi e agli amanti delle tematiche dantesche, e più in generale a tutti coloro che si accontentano di sfogliare libri per trascorrere qualche ora spensierata.
Protagonista della storia è di nuovo Robert Langdon, il professore americano di simbologia che fece la sua prima apparizione ne Il Codice Da Vinci: personaggio degno di attenzione, che in mani diverse risulterebbe forse anche più attraente.


Trama
: Sera di lunedì 18 marzo (l’anno è dunque il 2013). Robert Langdon si risveglia in una stanza d’ospedale e non ricorda nulla delle ore precedenti. E’ stato ferito alla testa – probabilmente gli hanno sparato – crede di essere ancora in America e invece scopre, con grande sgomento, di trovarsi in Italia, a Firenze.

Lo assiste la dottoressa Sienna Brooks, una bella ragazza bionda, che però non è in grado di aiutarlo a superare immediatamente l’amnesia da cui è evidentemente afflitto.
Tormentato da visioni in cui un’affascinante donna anziana dai capelli d’argento gli chiede aiuto, Langdon scopre nascosto nella fodera della sua giacca una specie di piccolo proiettore ultratecnologico, in grado di riprodurre un’unica immagine: la Mappa dell’Inferno, un inquietante dipinto di Botticelli ispirato all’opera maggiore di Dante Alighieri. Il quadro è stato modificato rispetto all’originale e rivela di contenere un messaggio che per Langdon e per la dottoressa Brooks sarà solo la prima tappa della lunga ed angosciante ricerca di qualcosa di terribile e pericoloso: un agente patogeno, nascosto in un luogo ignoto (una “laguna da cui non si vedono le stelle”) ad opera del dottor Bertrand Zobrist, brillante genetista che risulta essersi suicidato pochi giorni prima, gettandosi da una torre fiorentina.
Zobrist era un esponente di rilievo del cosiddetto movimento transumanista, credeva cioè nell’obbligo da parte dell’uomo di migliorare se stesso e la specie. Credeva anche che l’ostacolo maggiore a questo miglioramento fosse la sovrappopolazione mondiale, perché già a metà del XXI secolo gli oltre otto miliardi di abitanti avrebbero portato la Terra in condizioni di non ritorno: esaurimento delle risorse, eccesso di inquinamento, mancanza di spazi vitali. I prodromi dell’Apocalisse, insomma: l’inizio della fine. Per evitare il disastro, Zobrist si era fatto ispirare dalla Storia, dal momento in cui la Peste Nera del secolo XIV aveva ridotto di un terzo la popolazione europea, aprendo nuove prospettive di sviluppo per i superstiti e, sul lungo termine, favorendo addirittura l’avvento del Rinascimento. L’agente patogeno da lui sviluppato dovrebbe servire proprio a questo: causare un’epidemia mondiale in grado di ridurre drasticamente la popolazione, in modo che l’umanità possa ricominciare da zero. Il folle progetto è stato chiamato Inferno, perché è attraversando l’abisso che Dante riuscì ad ascendere sino al Paradiso.
La ricerca porta Langdon e Sienna in vari luoghi, a contatto con numerosi personaggi, di volta in volta preziosi alleati o pericolosi nemici. Alla fine i due riescono comunque a raggiungere la famigerata laguna. Lì avranno ulteriori sorprese, tra cui la più grande riguarda la natura dell’agente patogeno creato da Zobrist: quella, come molte altre cose dell’intera vicenda, non è esattamente ciò che ci si sarebbe aspettati di dover fronteggiare.


Commento
: Sempre, sin dai tempi de Il Codice Da Vinci, con Dan Brown ho avuto un pessimo rapporto; l’unico particolare che di lui mi incuriosisce è il fatto che viva nel New England. Per il resto, non apprezzo le sue storie pretenziose ed eclatanti, né il suo stile a volte eccessivamente descrittivo, privo di fascino e di significati profondi. Sono convinta che i suoi romanzi siano leggibilissimi, fruibili per curiosità o per passare il tempo: tuttavia la narrativa che mi interessa in maniera più vera sta da un’altra parte. Intendiamoci: non si tratta di snobismo, dato che la letteratura d’evasione ha un suo perché; però i romanzi di Dan Brown li si legge, li si gode per un momento, poi li si può dimenticare senza dolore. Non hanno peso, né profondità.
Confesso che questo romanzo in particolare a tratti l’ho trovato abbastanza noioso, cosa evidentemente molto contraria alle intenzioni dell’autore. Il fatto è che per un lettore italiano anche solo mediamente colto, questa storia non offre le stesse sorprese che può concedere ad un lettore americano: per noi le escursioni “turistiche” di Firenze o di Venezia, i monumenti, le divagazioni intellettuali sull’Umanesimo e sul Rinascimento, e persino le digressioni dantesche, non sono esattamente roba nuova: se a scuola abbiamo prestato un minimo di attenzione alle lezioni di storia e di letteratura, hanno il preciso sapore del dejá vù. Più in generale, si tratta di nozioni, idee e concetti che ci risultano tutt’altro che estranei o sconosciuti: sentirceli ribadire da uno scrittore americano, non fa un bell’effetto. Persino le citazioni in latino non rappresentano un problema insormontabile, laddove i personaggi si trovano magari in maggiore difficoltà.
A ciò si aggiunge il fatto che il romanzo manifesta spesso un fiato corto abbastanza limitativo: i personaggi fanno tante cose, si spostano parecchio, corrono rischi ed affrontano eventi numerosi, ma a causa della piattezza dello stile narrativo, ci si sente ben poco coinvolti nelle loro vicende.
Ulteriore svantaggio è poi dato da un certo grado di prevedibilità della vicenda: l’autore gioca sì in maniera “sporca”, introducendo depistaggi e voluti fraintendimenti (come l’ambiguità che riguarda l’identità dell’amante di Zobrist, che sembra essere una persona del tutto diversa da quella che in effetti è), o facendo ricorso alla fabbricazione di un inganno maestoso che coinvolge tanto Langdon quanto il lettore, però alla fin fine la storia presenta una quantità di misteri molto inferiore a quella che si vorrebbe proporre. Ad un certo punto, ad esempio, un lettore attento (che conosca magari anche il Baudolino di Umberto Eco) è perfettamente in grado di dire dove possa trovarsi la laguna misteriosa e priva di stelle in cui Zobrist ha posizionato l’agente patogeno: in netto anticipo su ciò che Langdon raggiunge con tanto pericolo e fatica.

Il romanzo insomma è forse stato scritto con applicazione e impegno, con il conforto di abbondanti ricerche e con un certo entusiasmo per un tempo lontano che ci ha lasciato un’eredità immortale di cui dovremmo essere eternamente grati: il risultato però mi sembra piuttosto scarso rispetto alle premesse. E tra l’altro, ad un certo punto, viene anche spontaneo chiedersi come mai – seppur motivato dal desiderio che tutti sappiano ciò che ha fatto, e convinto di essere in netto vantaggio sugli avversari – il geniale Zobrist abbia seminato tante tracce del proprio operato: certo, se avesse taciuto, non ci sarebbe stato il romanzo, ma ciò non depone a favore di una maggiore credibilità.



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2 commenti:

  1. Dan Browne ha scritto molto bene, diventando un autore di best sellers di quelli che meritano fortissimamente
    però "Inferno", non ha lo stesso impatto de "Il codice Da Vinci"...

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  2. Rispetto i gusti di chi Dan Brown lo apprezza, ma personalmente non lo trovo un buon autore, né come contenuti, né tantomeno come stile. IL CODICE DA VINCI l'ho detestato profondamente, i romanzi successivi li ho letti solo per curiosità.

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