mercoledì 21 settembre 2016

HAPPY BIRTHDAY, DEAR Mr. KING





La mia liaison dangereuse con Stephen King affonda le sue radici nella notte dei tempi. Per evitare di addentrarci in specificazioni cronologiche che potrebbero risultare imbarazzanti tanto per lui che per me, mi limiterò a dire che in un certo senso siamo cresciuti insieme: come scrittore Big Steve, come Fedele Lettrice la sottoscritta. Entrambi felici e soddisfatti; lui ricco, io un po' meno.
Durante la mia adolescenza avevo già sviluppato un grande interesse per l'horror in tutte le sue forme; credo di essermi fatta accompagnare da mio padre a vedere una buona metà dei film di Dario Argento o quant'altro di sanguinolento e terrificante il mercato potesse offrire all'epoca. Probabilmente papà non si è ancora ripreso, ma il mio gusto per il macabro si è poi velocemente ed allegramente esteso dallo schermo alla pagina scritta, con una netta preferenza - da un certo punto in avanti - per le storie di vampiri.
Dracula di Bram Stoker e Carmilla di Le Fanu, ovviamente; più tardi i romanzi di Anne Rice ed una serie infinita di racconti più o meno apocrifi, più o meno belli e interessanti.
Finché un bel giorno la mia attenzione inciampò nella più felice delle occasioni che mai scaffale di libreria abbia ospitato: Le notti di Salem (io però preferisco chiamarlo con il suo titolo originale, Salem's Lot), e l'autore era naturalmente un giovane Stephen King, in Italia ancora relativamente famoso e venduto.
Da quel momento non ci siamo più lasciati: nel tempo ho letto tutto quello che lui ha prodotto (anche sotto pseudonimo) e se in genere ho preferito attendere le edizioni italiane dei suoi libri, è solo perché l'impeto vorace nel leggerli ben poco si adatta ad una lingua che non sia la mia lingua madre. Ricordo ancora con angoscia il periodo in cui Stephen King decise di emulare l'esempio di Dickens, facendo uscire a dispense mensili Il miglio verde: furono necessari sei mesi (più di centottanta giorni!) per arrivare a leggere la fine di uno dei romanzi più intriganti da lui prodotti... spero non lo faccia mai più. La lettura in italiano del resto non mi ha impedito di esplorare le versioni originali, e comunque mi ha condotto a conoscere quello che (prima dell'attuale dispersione) era diventato il traduttore per eccellenza di Stephen King: il benemerito Tullio Dobner.
Ma lasciatemi tornare per un momento a Salem's Lot, perché è lì che tutto è cominciato.
Il romanzo parlava di vampiri, certo, ed era anzi una specie di tributo alle origini europee del mito; ma soprattutto già presentava quelle che avrei poi riconosciuto ed amato come due delle principali caratteristiche nell'opera del Nostro: aveva una storia statificata e collettiva, fatta di tante storie individuali, e riusciva a mescolare in maniera meravigliosa il presente dei suoi personaggi con il loro passato, con ciò che li faceva essere così com'erano.
Storia profondamente americana, tra l'altro, eppure anche profondamente immaginativa, tanto che la cittadina di Salem e il Lot (come più tardi Derry, Castle Rock o Haven) sono creazioni kinghiane, benché ispirate a luoghi reali e ormai tanto conosciuti ai Fedeli Lettori da essere in certa misura reali a loro volta.
In seguito Stephen King ha scritto libri più complessi e persino migliori, ma è con Salem's Lot che ho scoperto ed ho imparato ad amare il suo modo di scrivere e di costruire le storie: Carrie lo ha reso popolare in tutto il mondo (grazie tra l'altro al film bruttino che ne fu tratto), ma Salem's Lot lo ha dato a me per sempre. E me lo ha dato non tanto come "re del brivido" o "re dell'orrore" che dir si voglia, quanto piuttosto come scrittore puro e semplice: alcune delle sue cose più belle hanno un rapporto piuttosto labile con l'horror così come lo intende il mercato, o magari non l'hanno affatto. Di sicuro in Stephen King, laddove c'è qualcosa di inquietante o misterioso, non resta mai abbastanza spazio per lo splatter: lui sarà anche cresciuto con B movies e pulp magazines, ma poi si è evoluto ben al di là dei limiti di genere. Gli piacciono le STORIE, e grazie al cielo ha sviluppato sufficiente talento per farle vivere sulla pagina. Ma se volete attirarvi le sue ire e il suo sarcasmo, chiedetegli: da dove prende le sue idee? (perché in realtà sono le idee che prendono lui... ).
Leggendo Stephen King costantemente e con continuità si riesce ad instaurare con lui un bellissimo rapporto: non solo perché i suoi romanzi hanno spesso prefazioni o postfazioni che contribuiscono a collocarli con esattezza nella biografia kinghiana, ma anche perché ci si rende conto che nel tempo Stephen King ha creato un mondo, o meglio un insieme di mondi, molto complesso eppure coerente. Le sue storie presentano agganci con altre storie precedenti, i suoi personaggi conoscono e citano altri personaggi, la realtà narrativa di un romanzo va ad intrecciarsi - per poco o per molto, a seconda dei casi - con altre realtà narrative dello stesso autore, il tutto secondo linee molto libere che però risultano famigliari al lettore e lo fanno "sentire a casa".
Stephen King insomma ha dato vita nel tempo ad una sorta di comédie humaine postmoderna e molto americana, animata da quella che lui stesso definirebbe "sporca poesia": qualcosa che suscita un sentimento di calore che secondo la mia esperienza ben pochi altri scrittori riescono ad uguagliare, o anche solo ad avvicinare.
Ed è questo che fa di Stephen King un grande scrittore: non la popolarità, le classifiche di vendita, i soldi o i diritti cinematografici: bensì la sua unicità.
In lui c'è un amore straordinario per le storie e per i personaggi, per tutto ciò che nel bene, nel male e nei livelli intermedi appartiene all'uomo in quanto tale.
E' una sorta di umanista anacronistico e geograficamente dislocato: questo spiega l'impegno dei suoi personaggi nel combattere le battaglie che sono chiamati ad affrontare, magari a costo della vita. Ma crede anche in molte altre cose, nei miracoli e nella magia, nei miracoli che sono magia: e questo spiega tutto il resto, la meraviglia e il terrore che fanno parte dei suoi mondi.
Lo ammetto: Stephen King ha scritto anche romanzi poco riusciti (Christine, L'acchiappasogni, Revival) o decisamente bruttini (Cell). Ma sul versante del gradimento, se dovessi indicare in assoluto un unico romanzo, non potrei farlo perché ciascun romanzo mi ha dato qualcosa di particolare.
Forse potrei citare IT, il più corposo e complesso, o la lunga saga de La Torre Nera (che comunque richiederebbe un discorso a parte), ma subito dovrei aggiungere altri titoli, non tutti compresi nella lista dei più famosi: Misery, Gli occhi del Drago, The Stand, La zona morta, Il miglio verde, Buick 8, La bambina che amava Tom Gordon... E poi i racconti, o i romanzi brevi: come lasciare da parte cose splendide come Il corpo oppure Il poliziotto della Biblioteca, tanto per fare un paio di citazioni a caso?
Chi non lo apprezza, o più semplicemente chi non lo conosce bene, potrebbe pensare ai suoi romanzi come ad un coacervo di mostri, cadaveri e sangue generosamente sparso, quando in realtà si tratta piuttosto di storie dense e non prive di analisi sociale, con personaggi costruiti a tutto tondo. Storie complesse, a volte gigantesche, che si compongono da ogni direzione sotto gli occhi del lettore.
Stephen King è a sua volta un lettore vorace, ha una conoscenza enciclopedica della storie della musica e del cinema, è perfettamente in contatto con il mondo nel quale vive e sa giudicarlo correttamente: a volte con durezza, a volte con ironia, ma sempre con intelligenza e grande creatività.
Certo, nei suoi romanzi si trovano vampiri, mostri e demoni, morti viventi, lupi mannari, mutanti di vario genere e persino alieni cattivi; ma c'è anche tanta gente la cui normalità viene sconvolta dalle cause più disparate, che non necessariamente hanno a che fare con il soprannaturale: donne maltrattate, bambini dall'infanzia rubata, persone infelici a cui un incidente, un omicidio o un'epidemia ha tolto ciò che avevano di più caro.
Persone che possiedono un "dono" che equivale ad una maledizione.
Persone che gradualmente scoprono, riscoprono o valorizzano il conforto della solidarietà e della comunità: nessuno degli eroi di Stephen King è un eroe veramente solitario, nemmeno Roland di Gilead nella saga de La Torre Nera, benché sia quello che ci si avvicina maggiormente.
Stephen King ama la bellezza delle cose, degli ideali, delle persone: e non c'è differenza in questo tra uomini e donne.
Ama infinitamente i bambini, la loro innocenza, la loro pelle intatta, la loro mente ancora in formazione, l'istinto di cui sono dotati, tutto ciò che ancora possiedono a differenza degli adulti, che lo hanno perduto.
I bambini credono semplicemente laddove invece gli adulti si fermano a pensare. Ed è per questo che spesso nei suoi romanzi i bambini si battono con più successo contro le manifestazioni del Male: le vedono meglio e quindi non sono mai tentati di respingerle o negarle. Semplicemente, le affrontano: con incoscienza magari, mai senza coraggio.
Stephen King è un grande cantore dell'imperativo morale (di ascendenza pionieristica, più che kantiana... ) che spinge i suoi personaggi all'azione, alla necessità del fare: perché se scappi di fronte al mostro, hai già perduto.


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